“Si apre uno spiraglio su un luogo di campagna silenzioso e notturno. Cominciano a succedere cose che ci colpiscono profondamente: i performer diventano l’essenza stessa dei ricordi di un’infanzia o forse di un luogo, di una persona.”

MAMI di Mario Banushi

Scenografia di un paesaggio interiore

Alla Triennale di Milano il 27 febbraio2026 si è tenuta la prima italiana dello spettacolo MAMI dell’attore e regista Mario Banushi. Nato nel 1998, Banushi ha vissuto in Albania fino all'età di sei anni, prima di trasferirsi definitivamente in Grecia e si è diplomato nel 2020 in recitazione presso la Scuola di Arte Drammatica del Conservatorio di Atene. La cosiddetta trilogia - composta dalle sue prime tre opere teatrali cioè Ragada, Goodbye Lindita e Taverna Miresia - ha riscosso grande interesse nel pubblico internazionale per il suo stile unico ed è comunemente conosciuta con il nome di Romance Familiare, che in albanese significa “romanzo familiare”. Il suo ultimo lavoro MAMI è stato presentato all’Onassis Stegi ad Atene.

BACKGORUND

Banushi si inserisce in una scena teatrale che negli ultimi decenni ha attraversato un progressivo rinnovamento dei linguaggi e delle forme della rappresentazione. Come osserva lo studioso Platon Mavromoustakos², nel teatro greco del XXI secolo si è reso sempre più evidente il passaggio dal testo drammatico all’“evento performativo”: accanto alla scrittura teatrale acquistano centralità la presenza degli interpreti, l’immagine scenica, il corpo, lo spazio e la relazione con lo spettatore, mentre si affermano nuove forme di collettività e una crescente apertura verso il panorama internazionale. Questa trasformazione si accompagna a una scena molto diversificata, nella quale teatro, danza e altre pratiche performative dialogano sempre più frequentemente tra loro, sostenute tanto dalle grandi istituzioni quanto da una rete indipendente che costituisce oggi un importante motore di sperimentazione. Un segnale significativo di questa crescente apertura è SYSTEMA For the Greek Performing Arts, piattaforma nata nel 2026 con l’obiettivo di favorire la conoscenza e la circolazione internazionale della produzione performativa greca contemporanea, includendo esplicitamente anche la scena indipendente.

È in questo contesto che la ricerca di Banushi trova una collocazione particolarmente significativa: la sua drammaturgia rinuncia spesso alla parola come principale strumento narrativo e affida alla composizione delle immagini, ai corpi, ai gesti, ai suoni e ai rituali quotidiani la possibilità di evocare una memoria individuale capace di trasformarsi in esperienza collettiva. Non è un caso che La Biennale di Venezia, nel conferirgli nel 2026 il Leone d’Argento, lo abbia definito una delle figure di riferimento della nuova scena teatrale greca, riconoscendo nella sua trilogia Romance Familiare un paesaggio della memoria costruito attraverso immagini evocative, rituali e tradizioni legate alla sua infanzia albanese.

“Sono molto sensibile ai rituali sociali: matrimoni, battesimi, funerali…” ¹

LO SPETTACOLO

Mentre prendiamo posto, sul palco davanti a noi si apre uno spiraglio su un luogo di campagna silenzioso e notturno, in cui possiamo vedere solo una casa, un lampione e una bicicletta. Da qui cominciano a succedere cose insolite, che ci colpiscono profondamente e ci parlano per il loro simbolismo. I sei performer diventano - attraverso gesti, versi e risate - l’essenza stessa dei ricordi di un’infanzia o forse di un luogo, una persona, qualche avvenimento intenso e trasformativo.

La parola mami si riferisce certamente alla figura materna, ma porta con sé anche la parola “cibo”. Le scene che si susseguono mute e la freschezza (o al contrario la fatica) di alcuni personaggi sembrano rievocare momenti che hanno nutrito e quindi segnato la vita dell’artista. Questo spettacolo infatti nascerebbe proprio dal legame che Banushi ha sviluppato con sua madre e sua nonna.

“MAMI non riguarda specificamente mia madre né mia nonna, ma si ispira al profondo legame che ho avuto con loro e con le altre figure femminili che mi hanno cresciuto. (…) Lo spettacolo è popolato da queste molteplici figure materne: giovane, dolce, arrabbiata, nutrice, anziana di cui bisogna prendersi cura... Non direi che sono tipi diversi, parlerei piuttosto di momenti diversi: come un album fotografico che si sfoglia, come la storia di una donna vista attraverso gli occhi di un ragazzino che non vuole idealizzarla, ma semplicemente osservarla”. ¹

TECNICA

Lo spettacolo si costruisce attorno a molte tematiche ed espedienti narrativi in modo armonico e dolce, verrebbe quasi da dire soffuso. Banushi però non rinuncia alla forza espressiva dei sentimenti più focosi come la rabbia, la passione e il lutto. Questo palco popolato da visioni oniriche è anche un palco attraversato da corpi giovani, fragili, anziani, incerti, desideranti, neonati, piccoli e morenti. La comunicazione fisica è quindi fortissima, simile nella realizzazione e nella percezione alla mente di un bambino che non può ancora esprimersi a parole.

La gestualità dei performer è precisa e pulita, senza che questo sia limitante per il forte simbolismo che talvolta emerge dagli episodi di vita narrati. Si alternano scene di cura domestica a scene di gioco, di amore, di rituali sociali, di ribellione e scene “non letterali” che ci portano a rivivere esperienze emotive attraverso i movimenti dei performer e pochi oggetti di scena.

La scenografia ingegnosa ma all’apparenza pulita e semplice fa un uso “poco luminoso” della luce. In alcune scene come quelle dell’acquario, del matrimonio, delle biciclette, dell’accumulo e della nascita, la precisione registica ne ha determinato la potenza. Questo “album di foto” così ben composto e curato ci trascina veramente in un flusso di vite in cui ritroviamo anche la nostra.

Un ulteriore elemento interessante della scenografia è quello della casa reale e fisica - quella fatta perché le persone ci abitino e perché essa muti insieme alla vita delle persone - casa che allo stesso tempo assume le sembianze di un paesaggio interiore dell’infanzia greco-albanese dell’artista, rievocando luci, suoni e spazi del ricordo.

“Credo che il mio linguaggio artistico sia profondamente influenzato dalle mie origini albanesi, dai ricordi che ho conservato di quel paese. I miei spettacoli sono ricchi di sensazioni, colori, odori... Anche quando non partono da un testo, raccontano sempre qualcosa. La bellezza mi commuove quando procede di pari passo con l’espressione dei sentimenti. Cerco di capire come una performance possa suscitare una forte risposta emotiva.” ¹

UN’OPINIONE PERSONALE

Il pubblico attento della prima alla Triennale di Milano ha accolto con calorosi applausi la creazione di Banushi, che ha saputo toccare profondamente il legame materno, personale e unico di ogni spettatore. La difficile lettura di alcuni codici scenici richiedeva al pubblico un po’ di fiducia e d’abbandono. Credo che chi si è lasciato trasportare dal flusso di emozioni senza sforzarsi di trovare dei nessi immediati abbia potuto godere dello spettacolo nella sua interezza e talvolta cripticità, riconoscendosi madre anche se figlio o potendo scoprire più da vicino le vite dalle mille sfaccettature delle nostre madri o di chi ha saputo maternare per noi.

Le scene di questo spettacolo rimarranno impresse nelle nostre menti a lungo, ma forse più di tutto rimarrà il sapore, la luce e il freddo o il caldo sulla pelle che questo paesaggio interiore di volta in volta ci ha suscitato.

Note

¹ Citazioni estratte dall’intervista raccolta da Simon Hatab nel gennaio 2025 per Triennale di Milano.

² Platon Mavromoustakos per The Historical Review

Link utili