“Una drammaturgia sonora barocca per celebrare le performing arts e le discoteche di tutti i tempi”

Bless This Mess

Dicembre 2024, Venezia

Il ricordo che rimane di uno spettacolo può dire molto su di noi, ma anche sullo spettacolo stesso. Ci sono quelli di cui, a distanza di tempo, rimane solo un accenno di trama, altri di cui ricorderemo in modo indelebile un’azione o un quadro. E infine ci sono quegli spettacoli che, nel riportarli alla memoria, ci faranno vibrare quelle stesse corde che hanno vibrato mentre eravamo immersi nell’oscurità di una sala. Bless this Mess è uno spettacolo che si fa ricordare principalmente per il suo carattere disturbante e adrenalinico, a prescindere dal piacere o dal disagio che si può aver provato guardandolo.

Primo lavoro collettivo di Katerina Andreou¹, lo spettacolo è nato in parte al Watermill Center nell’aprile 2023 e poi è stato presentato in prima mondiale al Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles nel maggio 2024. Uno spettacolo in cui il corpo produce il caos come condizione condivisa e trasforma l’eredità della coralità greca in una forma contemporanea e quasi punk. L’autrice nata ad Atene e attiva in Francia ha lavorato spesso sul rapporto tra autonomia e autorità, presenza fisica e composizione sonora. Lo spettacolo vede in scena oltre all’autrice Lily Brieu Nguyen, Baptiste Cazaux e Mélissa Guex.

Potrebbe essere difficile oggi inquadrare questo spettacolo in una categoria unica quale teatro, danza o performance: risulterebbe anche limitante non riconoscere le varie forme di contaminazione che oggi² rendono così interessante la scena teatrale a livello internazionale³. Per definizione le performing arts mettono in crisi i confini tra teatro, performance, danza, installazione, gioco, rito e ruolo dello spettatore⁴: si tratta di un campo a tutti gli effetti post-disciplinare e si rifà ad un’idea espansa di teatro.

Bless This Mess, pur nella sua apparenza caotica, costruisce una dinamica scenica estremamente precisa, leggibile attraverso alcuni concetti centrali dell’estetica del performativo di Erika Fischer-Lichte⁵. In particolare, il “loop autopoietico di feedback” permette di comprendere come lo spettacolo produca il caos come esperienza condivisa tra performer e spettatori. Nato dall’idea di un “constant noise”, il lavoro traduce sulla scena una condizione contemporanea di instabilità mentale, emotiva e sociale. Il pubblico non osserva semplicemente questo disordine dall’esterno, ma viene coinvolto percettivamente, entrando in una tensione ambivalente tra disagio e attrazione. In questo senso il mess dello spettacolo può essere letto come un caos moderno, insieme liberatorio e perturbante, in cui risuonano come un’eco tanto l’energia dionisiaca delle Baccanti quanto la forza ossessiva e persecutoria delle Erinni.

Per dirla con Valentina Valentini, che ha approfonditamente affrontato il tema delle drammaturgie sonore⁶, Katerina Andreou utilizza un dispositivo drammaturgico sonoro per la scena: le voci dei performer, i microfoni, la musica⁷, le variazioni ritmiche concorrono alla creazione di senso che non ha nessun bisogno del testo verbale. Anche senza un testo narrativo infatti la traiettoria scenica è molto chiara, o quantomeno si forma molto chiaramente nello sguardo dello spettatore. Potremmo definire in questo contesto l’uso della non-parola⁸ come suono “fisico” - ovvero come verbo in quanto azione che però elude la lingua - ottenuto attraverso la distorsione dei microfoni. Le gestualità frenetiche e ripetitive, l’uso della musica, le parrucche, i cappelli, i ventilatori, le pedane, le luci e i dispositivi scenici tipici di una discoteca hanno un’impronta fortemente teatrale, come del resto lo è anche l’espressività dei performer nei momenti in cui il loop delle coreografie va scemando.

In ultimo, per tornare al ricordo, lo spettacolo stesso forse nasce dalla volontà di riempire tutto ciò che è vuoto, cioè dal desiderio di non lasciare spazio alla nostalgia. Una necessità che nasce forse dalla frenesia a cui siamo costretti. Infatti, se la festa finisce abbiamo paura della nostalgia, quella sensazione che si prova il giorno dopo: un momento in cui le luci e il caos ci tornano alla mente mentre il nostro corpo è spossato, stanco o confuso. E solo in quel momento vorremmo fare durare la festa per sempre.

La tensione che si crea tra il divertimento passato, la fatica provata, l’eccesso, la sopraffazione e alla fine il vuoto del giorno dopo delinea uno specchio possibile della contemporaneità, che talvolta ci fa soffrire con le contraddizioni che si porta dietro, ma che “benediciamo” per un attimo perché non ci fa pensare a nient’altro se non che siamo profondamente vivi.

Note

  1. K. Andreou ha principalmente lavorato sul solo. Ricordiamo A kind of fierce (2016) premiato con il Prix Jardin d’Europe e BSTRD (2018) selezionato da Aerowaves.

  2. Per fare solo un esempio di ibridazioni citiamo lo spettacolo MAMI di Mario Banushi (2026).

  3. Ne Il teatro e le Arti (Carrocci editore, 2017) Luigi Allegri mette in luce la sempre maggiore contaminazione del teatro con le arti contemporanee.

  4. V. Valentini, Teatro contemporaneo 1989-2019, Carrocci, 2020, Roma.

  5. E. Fischer-Lichte, Estetica del performativo. Una teoria del teatro e dell’arte, Carrocci, 2014, Roma.

  6. V. Valentini, Drammaturgie sonore. Teatri del secondo Novecento, Bulzoni, 2012, Roma.

  7. La composizione sonora usata per lo spettacolo si apre sull’ultima frase di Le Vertigo, composizione settecentesca di Pancrace Royer. Il materiale barocco viene accelerato nei BPM e reiterato per produrre urgenza e insistenza. La coreografia lavora su sincope, ripetizione, spontaneità, letteralità dei passi e dei gesti; l’ascolto diventa lo strumento principale dei performer.

  8. Oggi altri artisti, come ad esempio Daniela Pes, sperimentano la vocalità e il canto svincolati dal linguaggio verbale e dalla semantica.

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